Pragmatici visionari: il gioco di squadra nella lezione degli allenatori italiani
La Serie A Enilive è una palestra per allenatori vincenti: il talento individuale non basta, le vittorie nascono dalle relazioni, dalla cura dei dettagli, dal gioco di squadra.
Esiste un dato, forse poco conosciuto, che però è in grado di dire molto sulla qualità degli allenatori italiani e sul campionato che li forma, la Serie A Enilive. Le trentadue edizioni della Premier League fin qui disputate dal 1992 a oggi sono state vinte soltanto da dodici allenatori, quattro sono italiani. Si tratta di Carlo Ancelotti, vincitore con il Chelsea, di Roberto Mancini che ha vinto con il Manchester City, di Claudio Ranieri fautore del successo leggendario del piccolo Leicester e di Antonio Conte, ancora con il Chelsea. Quattro su dodici, a fronte di nessun allenatore inglese¹. La scuola della Serie A Enilive rimane una delle migliori: si tratta di un campionato duro, probante: vincere qui è difficile, un allenatore deve essere bravo e preparato. Lo ha ricordato il giovane tecnico spagnolo del Como Cesc Fabregas, ex grande giocatore che conosce benissimo anche Liga e Premier: il calcio italiano è il più attento, quasi maniacale dal punto di vista tattico, ogni allenatore deve preparare la sua squadra fino all’ultimo dettaglio. Ha detto infatti: “La Serie A è il campionato in cui è più difficile vincere le partite”².
Andare oltre i luoghi comuni
Il calcio, come tutti gli sport, ha una forte componente rituale e i riti, si sa, tendono a ripetersi sempre uguali a sé stessi e sempre diversi. Le formule si fissano nella memoria e spesso si rischia di rimanere impigliati nei cliché. Uno è quello del catenaccio, di cui ciclicamente viene tacciato il calcio italiano e i suoi allenatori. Forse la questione andrebbe ricontestualizzata, anche se resta certamente vera la forte tendenza della scuola italiana a distruggere più che a costruire, a difendere e conservare più che a provare a offendere.
Ma le squadre, difensiviste o no, non possono prescindere dai giocatori di grande talento: cosa si ricorda, infatti, della Juventus di Trapattoni o del Milan di Nereo Rocco, “el paròn”, da alcuni considerati come le maggiori icone del cosiddetto calcio difensivista? Nella memoria restano i giocatori più forti, come Michel Platini o Gianni Rivera, talenti cristallini, capaci di giocare a testa alta, di fornire assist e segnare. Le fortune delle grandi squadre e dei grandi allenatori, alla fine, sono fatte dai grandi giocatori.
La rivoluzione di Sacchi
E da una squadra di immenso talento, parte uno dei tecnici che hanno rivoluzionato davvero il calcio mondiale: Arrigo Sacchi. Arrivato dalla provincia con idee che nessuno aveva provato ad applicare tutte assieme e in maniera così assertiva, riesce a imporle a un gruppo di giocatori di enorme qualità, a partire da Franco Baresi. Sacchi riprende alcuni principi del calcio totale olandese, pressing alto e fase difensiva a zona, con un'organizzazione ferrea tra le linee, l’applicazione ossessiva del fuorigioco e un'intensità sempre altissima per dominare le partite. Ne esce un mix mai visto prima sui campi della Serie A, tra calcio d’attacco e difesa impenetrabile.
Rivoluzionario perché fa pendere la bilancia su un atteggiamento propositivo, non limitandosi più alla sterile protezione della propria porta. Arrivano gli scudetti negli anni del Napoli di Maradona e la Coppa dei Campioni: la sua squadra è ancora considerata una delle migliori di tutti i tempi.
Ancora più squadra
Sacchi è uno dei trait d’union tra gli allenatori “classici” del panorama italiano almeno fino alla fine degli anni Ottanta, perfettamente incarnati da Giovanni Trapattoni, e quelli di un calcio più spregiudicato, che si impone tra gli anni Novanta e i primi Duemila, come Marcello Lippi.
Il gioco di squadra assume un ruolo sempre più centrale, con la voglia di dominare si impone sul cinismo della speculazione. L’analisi degli avversari, lo studio continuo di contromosse per ogni situazione di gioco, diventano un aspetto preponderante del lavoro degli allenatori italiani. Quelli migliori puntano sulla crescita collettiva a partire dal talento individuale. Movimenti coordinati, occupazione degli spazi, attacco della profondità: niente è lasciato al caso, la squadra viene prima dei singoli, il talento è al servizio del collettivo, non più il contrario.
Marcello Lippi si muove in questo solco e a lui si accompagnano, tra gli altri, Carlo Ancelotti, che inizia come assistente proprio di Sacchi, Luciano Spalletti e Antonio Conte, che con Lippi da calciatore aveva vinto scudetti e una storica Champions League, ma anche Nevio Scala ispiratore del miracolo Parma e Luigi Del Neri di quello oggi sfumato del Chievo. E poi ancora Maurizio Sarri, che spinge sul pedale del gioco offensivo ma sempre organizzato e Massimiliano Allegri, il “prodotto” forse più vincente e discusso di questa ibridazione, per molti ancora troppo vicino all’originale italiano, ma che ha saputo portare il suo calcio in maniera molto versatile attraverso i decenni, fino al campionato in corso.
Lo sport nazionale? Il pragmatismo visionario
Il modello vincente degli allenatori italiani si può forse riassumere, con una licenza poetica, in una formula: grandi pragmatici visionari, allenatori che guardano ai giocatori come fulcro e alla tattica come funzionale alla ricerca della vittoria, ma non come a un dogma.
Questo tipo di allenatori hanno segnato i momenti vincenti della storia del campionato e ancor di più della nazionale. Prendiamo due esempi rappresentativi. Iniziamo da Enzo Bearzot, che guida quella campione del mondo nel 1982. Da appassionato di jazz sembra impostare il gioco come lo spartito di uno standard, con principi generali chiari, su cui i giocatori possono improvvisare. Marcello Lippi porta l’Italia alla vittoria del 2006. Le sue squadre si impongono attraverso un gioco fatto di coralità, di passaggi e possesso, con il pressing che parte già dalle punte, per imporre il gioco e non subirlo. Senza rinunciare mai al talento, come quello di Alessandro Del Piero e Zinedine Zidane, che proprio con lui possono esplodere.
Manager di uomini
La gestione delle personalità è un altro fronte su cui gli allenatori italiani sono considerati dei maestri, pur nelle enormi diversità di approcci ed esperienze. In questo senso, pochi hanno fatto meglio di Giovanni Trapattoni e Fabio Capello. Tanto veraci da sembrare quasi fuori tempo, ma sempre in grado con la credibilità e il carisma dei vincenti, di gestire spogliatoi pieni di talento, ma anche di ego smisurati.
Ma anche per Gian Piero Gasperini, forse il più influente dei tecnici italiani degli ultimi dieci anni, oggi protagonista della Serie A Enilive con la Roma, squadra e calciatori sono un binomio inscindibile. I calciatori sono l'epicentro del gioco: dare loro la possibilità di esprimersi al massimo è l'obiettivo, l'organizzazione tattica uno strumento per sviluppare relazioni efficaci, con ampio spazio per la creatività e la tecnica di quelli più bravi. Questo rimane un obiettivo comune agli allenatori italiani. Sul come, come è giusto, si può discutere all’infinito. Nel caso di Gasperini tutto passa da un’asfissiante marcatura a uomo a tutto campo, per recuperare immediatamente il pallone e trasformare l'azione in una minaccia verticale e diretta alla porta avversaria. Gli stessi Guardiola e Klopp, da avversari, hanno ribadito di guardare al suo calcio come a un esempio da seguire.
Oltre il campo
Se il calcio, e quello dei allenatori italiani in particolare, ha qualcosa da insegnare è che nei sistemi complessi la vittoria non nasce mai solo e semplicemente dal gioco individuale, dall’assolo del giocatore singolo, ma dalla capacità di far funzionare e muovere insieme capacità e competenze, visioni e temperamenti diversi. Si tratta di una lezione che va ben oltre il campo da gioco e che riguarda anche il modo in cui si costruiscono e si governano ecosistemi complessi. Enilive si muove proprio all’interno di questa logica: non come somma di singole soluzioni, ma come un’organizzazione in cui energie, servizi, talenti e persone lavorano insieme, ognuno con un ruolo preciso, per muoversi insieme verso il raggiungimento di obiettivi comuni. Come in una squadra ben allenata, insomma, il valore non sta nelle parti prese singolarmente, ma nelle relazioni che si creano all’interno e con l’esterno, guidate dalla voglia di coordinare le diverse funzioni e di adattarsi ai diversi contesti, ma senza perdere mai la propria identità.
Una squadra che gioca per te
È in questo gioco di squadra, fatto di integrazione, equilibrio e visione, che si misura oggi la proposta di Enilive, a partire da quella delle stazioni di servizio, luoghi in cui per primi si incontrano le esigenze delle persone con le diverse soluzioni pensate per dare sempre risposte adeguate e efficaci. Dal rifornimento sino alla ristorazione di qualità, passando per i servizi e la smart mobility. Come allenatori sul campo, sono gli Station manager a gestire i team delle stazioni di servizio, quelli che accolgono ogni giorno circa 1.5 milioni di persone: professionalità, capacità di ascolto, risoluzione dei problemi, sono al servizio di chi sceglie di fermarsi per il rifornimento o anche solo per un piacevole momento di sosta da vivere negli Enilive Café o negli store di ALT Stazione del gusto.
Una rete di oltre 4 mila stazioni di servizio che si snoda tra grandi agglomerati urbani, città e paesi e attraversa ogni provincia italiana. Con l’attenzione e la cura attenta che ogni realtà si merita. Comprese quelle più piccole.
Il sogno continua
Forse è per questo che continuiamo ad amare il calcio: ci ricorda che anche quando la forza economica pesa, le idee e le relazioni possono ancora fare la differenza. È il sogno di Futbolandia di cui parla Jorge Valdano, il sogno che un giorno, muovendosi con forza e unità nella stessa direzione, guidati da un allenatore che, con idee e personalità, sa trasformare un gruppo di giocatori in una squadra: in modo che anche una piccola possa battere quella sulla carta più forte. Non a caso quattro allenatori italiani hanno vinto la Premier League partendo proprio da qui, dalla Serie A Enilive, in cui si impara che i sogni sono belli, ma da soli non bastano: serve il gioco di squadra, le relazioni tra ogni componente, la cura dei dettagli. E quando tutto questo esce dal campo e diventa pratica quotidiana, si traduce nella qualità delle esperienze, nella capacità di integrare servizi e persone, nella continuità di una rete che tiene insieme grandi città e province. È lì che il gioco di squadra smette di essere solo una metafora e diventa un modo concreto di muoversi.
Contenuti extra
Difensori? All’attacco!
Nel 1982 l’Italia vince il Mundial. Enzo Bearzot è solo apparentemente un allenatore della vecchia scuola. Lo è per un fatto generazionale, ma non per l’approccio al gioco. Che guarda lontano e lascia spazio all’improvvisazione dei giocatori, alla loro capacità di decidere cosa fare seguendo il loro istinto. Così il nostro libero Gaetano Scirea, punto di riferimento della difesa, spesso imposta il gioco d'attacco, muovendosi liberamente negli spazi, “rompendo la linea” si direbbe oggi, quando individua tempi e spazi per l'inserimento. Durante la finale è lui a innescare il gol dell’urlo di Tardelli. Parte centralmente palla al piede, per poi spostarsi all'ala destra, dopo uno scambio in cui si permette anche un colpo di tacco, serve lui l'assist per il gol che porta a una delle esultanze più famose della storia del calcio mondiale.
Il giusto mix
Il Mondiale del 2006, allenatore il toscano Marcello Lippi, passa per una miscela tra vecchio e nuovo, tra difesa arcigna e propositività, con la voglia di mordere le partite. Passa per i piedi, la fisicità e il carisma del “piccolo” Fabio Cannavaro, faro della squadra al centro della difesa, ma si dipana poi attraverso i tocchi precisi e decisivi di Andrea Pirlo, la creatività geniale di Francesco Totti e Alessandro Del Piero, ma anche dalle corse a perdifiato, dalla “garra” e dall’ordine rumoroso e roboante di Rino Gattuso. Oggi, per ironia della sorte, chiamato in prima persona nella nuova veste di tecnico a tentare di riportare l’azzurro tra i colori del Mondiale.
Allenatori import-export
Giovanni Trapattoni e Fabio Capello, navigatori di lungo corso dei mari delle Serie A, hanno saputo spostarsi anche all’estero e lo hanno fatto muovendosi, loro così veraci, e quindi in maniera in qualche misura sorprendente, per guidare con inaspettata disinvoltura due realtà storiche del calcio continentale, Bayern Monaco e Real Madrid. Del Trap rimane nella memoria la leggendaria sfuriata in conferenza stampa³., in un tedesco difficile anche solo da immaginare, contro alcuni suoi giocatori e in particolare contro l’allora nazionale tedesco Thomas Strunz. Con vette di involontaria comicità, ma senza togliere un grammo alla potenza di un messaggio basato sulla credibilità e l’autorevolezza dei vincenti. Che non conoscono confini.
Filosofi di provincia
I tecnici delle cosiddette squadre “piccole”, meriterebbero un discorso a parte, perché in provincia spesso le idee contano ancora di più della forza economica. Sempre in bilico tra necessità, aspettative e desideri, spesso inconciliabili con la realtà in cui si trovano a operare. Conoscenze tecniche e gestione degli uomini diventano allora elementi di una tela inestricabile. Con cadute e risalite, sprofondi e picchi sublimi. Come quelli del Cagliari di Manlio Scopigno e del Verona di Osvaldo Bagnoli, le ultime due provinciali a vincere lo scudetto, nel 1970 e nel 1986.
È passato tanto tempo, eppure la modernità dei loro approcci colpisce forse ancora di più oggi. Scopigno, detto “il filosofo”, imposta una squadra al servizio del suo terminale offensivo Gigi Riva: pochi fronzoli, un calcio verticale e rapido dalla cintola in su, con giocatori tecnici e in grado di smarcarsi per trovare l'ultimo passaggio e il cross adatti a innescare la potenza del più grande centravanti del calcio italiano.
Per Bagnoli è la coralità a essere la forza: sacrificio collettivo fatto di corse e sostegno reciproco in ogni parte del campo, ma anche manovre avvolgenti e ficcanti per le punte, una coppia singolare formata dal piccolo Galderisi e dal lungagnone danese tecnico e veloce Preben Elkjaer Larsen.
Tutti gli uomini dei presidenti
Nella Serie A Enilive della stagione in corso siedono in panchina Raffaele Palladino all’Atalanta, Vincenzo Italiano al Bologna, Fabio Pisacane al Cagliari, Cesc Fàbregas al Como e Davide Nicola alla Cremonese. Paolo Vanoli guida la Fiorentina, mentre al Genoa Patrick Vieira è stato sostituito in corsa da Daniele De Rossi. All’Inter c’è Cristian Chivu, alla Juventus Luciano Spalletti, alla Lazio Maurizio Sarri, al Lecce Eusebio Di Francesco e al Milan Massimiliano Allegri. Antonio Conte è al Napoli, Carlos Cuesta al Parma, Alberto Gilardino al Pisa e Gian Piero Gasperini alla Roma. Completano il quadro Fabio Grosso al Sassuolo, Marco Baroni al Torino e l’Hellas Verona, dove si sono avvicendati Paolo Zanetti e Paolo Sammarco come allenatore ad interim; per l’Udinese, in panchina siede Kosta Runjaic.
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1 Italia-Inghilterra 4-0: quattro allenatori italiani hanno vinto la Premier contro nessun inglese. L’ultimo allenatore inglese a vincere il campionato è stato Howard Wilkinson: trionfa con il Leeds nell’ultima First Division della storia, quella del 1991-1992, proprio nell’anno della fondazione della Premier League.
2 Cesc Fabregas è oggi l’allenatore del Como, una delle squadre rivelazione della Serie A Enilive. Cresciuto nella famosa Masia del Barcellona, a 16 anni approda all’Arsenal di Arsène Wenger. Torna poi ai blaugrana, per poi passare di nuovo in Premier League con il Chelsea.
3 Il 10 marzo 1998, a Monaco di Baviera Giovanni Trapattoni si presenta in conferenza stampa furioso con alcuni suoi giocatori, in particolare Thomas Strunz, reo di lamentarsi molto e allenarsi poco. Senza l’intermediazione di interpreti e addetti stampa, pur con il suo tedesco claudicante riesce a farsi capire benissimo. Esce tra gli applausi dei presenti per entrare dritto dritto nella leggenda.